Tatuaggio e Polinesia

1 febbraio 2007

Dal punto di vista del significato sociale e culturale il tatuaggio è da sempre stato per i Polinesiani un simbolo di bellezza e al contrario di quello che verrebbe spontaneo pensare, piu’ importante per l’uomo che per la donna. Gli uomini quando potevano permetterselo si facevano tatuare l’intero corpo, mentre le donne si limitavano a piccoli segni intorno alle labbra, alle orecchie (le donne più ricche anche sulle gambe e sugli avambracci). Più un corpo era tatuato e più era considerato affascinante ed elegante.


Si cominciava a farsi tatuare intorno ai 15 – 20 anni; il padre si rivolgeva ad un maestro tatuatore "tuhuka patu tiki" il quale, se accettava l’incarico, dava ordine a quattro ragazzi di costruire una capanna speciale chiamata "haè patii" e di assisterlo durante le sedute. Gli attrezzi e le sostanze coloranti utilizzate per effetture i tatuaggi erano entrambi ricavati dalla natura: pettini in osso dai denti aguzzi fissati ad un impugnatura fungevano da strumento per infilare sotto la cute le sostanze coloranti. Queste ultime erano miscele di fuliggine (ottenuta dalla cottura dei frutta filettata) e acqua.
I tatuatori avevano a disposizione un piccolo "catalogo" con i propri disegni riprodotti su pietra o su legno, in modo che fosse possibile scegliere o addirittura comporre il proprio ornamento.

E’ alle Isole Marchesi che quest’arte ha raggiunto il suo culmine per raffinatezza e bellezza. Spesso i Marchesiani erano completamente tatuati, viso compreso.